Collettivo Clochart: l’arte che abbatte le barriere e crea comunità

Hillary Anghileri (ph: Max Allegritti)
Hillary Anghileri (ph: Max Allegritti)

Dal teatro di strada all’inclusione sociale, Hillary Anghileri, coreografa e fondatrice, racconta il percorso che ha portato il collettivo a diventare una voce che trasforma la disabilità in un’opportunità di bellezza e cambiamento nel panorama teatrale italiano

Nato nel 2012 come una piccola realtà di teatro di strada, il Collettivo Clochart è oggi una voce interessante in Italia nel panorama del teatro sociale e dell’inclusione delle persone con disabilità. Fondato da Michele Comite e Hillary Anghileri, Clochart ha fatto della danza e del teatro uno strumento potente per promuovere una nuova cultura della diversità, contribuendo a cambiare la percezione della fragilità nel mondo dello spettacolo.
Clochart ha avuto il merito di portare in scena storie di vita autentiche, come quella di Giorgia Benassi, talentuosa attrice con sindrome di Down, che ha trovato nel collettivo un’opportunità per esprimere il proprio talento e raccontare la propria esperienza. L’impegno dell’associazione si rivolge non solo alla produzione artistica, ma anche alla formazione e all’educazione, creando spazi di crescita per abbattere barriere e pregiudizi.

In questa intervista, Hillary Anghileri, coreografa e fondatrice, illustra il lavoro del collettivo, la sua visione del teatro inclusivo e le sfide e le opportunità che il mondo della cultura offre alle persone con disabilità.

Collettivo Clochart è una realtà che si è evoluta dal teatro di strada. Hillary, ci racconti come è nata questa associazione, la scelta del nome e quali sono stati i primi passi nel mondo del teatro sociale e dell’inclusione?
Il nome Clochart richiama i clochard, i senza fissa dimora, ed evoca il senso di nomadismo artistico e la libertà di esprimersi in spazi non convenzionali. Il teatro di strada, con la sua immediatezza e capacità di coinvolgimento, è stato il punto di partenza di questa realtà. Tuttavia, con il tempo, il collettivo ha ampliato la sua visione, abbracciando il teatro sociale e inclusivo, facendo dell’arte un mezzo per creare comunità.
Abbiamo scelto di lavorare con persone ai margini, credendo nella forza del teatro come strumento di trasformazione sociale. I primi progetti hanno coinvolto persone con disabilità, migranti, giovani in difficoltà e altre realtà spesso escluse dai circuiti teatrali tradizionali. L’approccio è stato quello di una ricerca artistica e pedagogica che desse spazio a ogni partecipante, valorizzandone l’unicità.
Con il tempo, il collettivo ha sviluppato laboratori e spettacoli che integrano diversi linguaggi espressivi (danza, musica, teatro sensoriale) e collaborazioni con realtà accademiche e sociali, come la recente partnership con Anffas Trentino per creare una compagnia teatrale stabile inclusiva.

Il tema della disabilità è centrale per il vostro lavoro. Qual è stato il tuo percorso personale e artistico che ti ha portato ad affrontare questo tema?
Mi sono avvicinata a questo terreno da giovanissima, con un’esperienza significativa nella danzaterapia che mi ha portato a Firenze a studiare il metodo Maria Fux. Crediamo che il teatro debba essere un luogo di scambio e trasformazione capace di accogliere tutte le voci, soprattutto quelle che spesso restano ai margini.
Non è una scelta di “moda”, ma un incontro umano e artistico. L’arte sa dare spazio a espressioni autentiche, rompere stereotipi, creare comunità più consapevoli.
Desideriamo abbattere le barriere fisiche e culturali che ancora limitano l’accesso alle arti performative per le persone con disabilità. Il nostro lavoro non è assistenzialismo, ma ricerca teatrale che valorizza ogni persona senza semplificazioni o paternalismi. L’arte non deve adattarsi alla disabilità, ma piuttosto aprirsi alla pluralità dei corpi, delle voci e delle percezioni. Il teatro è per tutti e deve essere di tutti.

Quali linguaggi artistici prediligete?
Nel Collettivo Clochart il movimento è essenziale: la danza, il gesto e la presenza fisica sulla scena diventano linguaggi primari, capaci di comunicare anche laddove le parole non arrivano.
Nei nostri spettacoli utilizziamo diversi linguaggi artistici: teatro, danza, musica dal vivo, teatro sensoriale, di figura e arti visive, in un costante dialogo tra corpo, suono e spazio. Non esiste una gerarchia tra questi elementi, ma piuttosto una ricerca sull’incontro tra i diversi mezzi espressivi.
La danza, in particolare, ha un ruolo centrale perché è un linguaggio universale, immediato e inclusivo. Non richiede conoscenza di una lingua o abilità tecniche specifiche per essere compresa o praticata: ogni corpo ha il suo modo di esprimersi, ogni movimento racconta una storia. Questo è fondamentale soprattutto nel nostro lavoro con la disabilità e con le persone che, per vari motivi, trovano difficoltà nell’espressione verbale.
Attraverso il movimento esploriamo identità, emozioni, relazioni e creiamo una scena dove tutti i corpi sono protagonisti, senza schemi prestabiliti o modelli da seguire. La danza permette di rompere i confini tra “normale” e “diverso”, trasformando ogni gesto in un atto poetico e potente.
Il nostro modo di fare teatro è un teatro del corpo, della relazione e della presenza, in cui la danza diventa voce e il movimento racconto.

Come dovrebbe essere rappresentata la disabilità sul palcoscenico, secondo te? Quali sono gli errori comuni che vedi nella rappresentazione della disabilità a teatro, e cosa può essere fatto per evitare banalizzazioni o stereotipi?
La disabilità sul palcoscenico non deve essere un tema da rappresentare, ma una presenza reale e attiva nella creazione artistica. Troppe volte il teatro utilizza la disabilità come metafora della fragilità o della sofferenza, riducendo la persona con disabilità a un simbolo o a un pretesto drammaturgico. Noi vogliamo ribaltare questa prospettiva: non raccontiamo “la disabilità”, ma creiamo spettacoli in cui artisti con e senza disabilità lavorano insieme, alla pari, portando in scena corpi e sensibilità diverse.
Spesso le persone con disabilità vengono raccontate come vittime da compatire o eroi da celebrare per la loro “forza di volontà”. Entrambi questi estremi sono falsi e limitanti. Un altro errore è l’invisibilizzazione: molte produzioni teatrali parlano di disabilità senza coinvolgere direttamente artisti con disabilità, finendo per raccontare un’esperienza dall’esterno, con il rischio di semplificazioni o distorsioni.
Il primo passo è ascoltare e coinvolgere le persone con disabilità nel processo creativo, non solo come interpreti, ma anche come autori e registi. È essenziale non trattare la disabilità come un elemento “speciale” o “a parte”, ma come una delle tante forme di esistenza che il teatro può esplorare.
Nel nostro lavoro con il Collettivo Clochart, non ci interessa “includere” nel senso di far entrare qualcuno in un sistema rigido, ma piuttosto trasformare il linguaggio teatrale affinché sia realmente accessibile e plurale. Il teatro deve essere uno spazio in cui ogni corpo ha diritto di stare, senza dover giustificare la propria presenza. La disabilità non è un tema, è una realtà. E il teatro ha il compito di rappresentarla con autenticità, rispetto e onestà.

Non hai apprezzato l’esibizione di Teatro Patologico a Sanremo. Cosa non ti ha convinto in quella performance e qual è il tuo punto di vista sulla rappresentazione della disabilità nei media mainstream, nei contesti simili a Sanremo?
L’esibizione del Teatro Patologico a Sanremo non mi ha convinta perché, più che mettere in luce la qualità del lavoro teatrale, il talento e il valore artistico degli attori coinvolti, ha rischiato di rafforzare una narrazione basata sull’eccezionalità della loro presenza. Quando la disabilità viene messa in scena senza un vero spazio di autodeterminazione per gli artisti coinvolti, il rischio è di trasformare la performance in un atto simbolico, anziché in una reale espressione artistica.
Nei grandi eventi televisivi, la disabilità è spesso trattata con un approccio sensazionalistico o pietistico, invece che con la stessa professionalità e criticità con cui si affrontano altre proposte artistiche. Si parla di “inclusione”. Ma spesso si tratta di una visibilità concessa dall’alto, in un contesto che mantiene comunque un confine tra “noi” e “loro”.
La vera rivoluzione sarebbe un’arte che non sottolinei continuamente la disabilità come qualcosa di straordinario, ma che la includa in modo naturale e paritario. Questo significa dare spazio a produzioni in cui attori e attrici con disabilità possano esprimersi senza dover sempre raccontare la propria condizione, ma portando in scena storie, ruoli e linguaggi che esulano dalla loro esperienza personale.

Giorgia Benassi, attrice con la sindrome di Down, è una figura centrale nel vostro lavoro. Come si inserisce la sua esperienza all’interno delle vostre produzioni?
Giorgia non è solo un’attrice e danzatrice del Collettivo Clochart, ma una presenza umana prima che artistica fondamentale. La sua esperienza si intreccia con la ricerca teatrale del collettivo, portando sul palco una forza espressiva autentica, una sensibilità scenica unica e un modo di abitare la scena che arricchisce ogni produzione. Giorgia non è una “presenza simbolica”, ma un’artista che lavora con dedizione, metodo e creatività. Nei nostri spettacoli, costruiamo i ruoli partendo dalle capacità e dalle sensibilità di ogni performer, senza ingabbiare nessuno in ruoli stereotipati. Giorgia porta la sua energia, il suo linguaggio corporeo e il suo sguardo sul mondo, contribuendo attivamente alla creazione artistica.
All’interno del Collettivo Clochart, il nostro obiettivo non è “inserire” gli attori con disabilità in un teatro predefinito, ma trasformare il teatro affinché sia davvero accessibile a tuttə. Il nostro metodo di lavoro prevede un supporto individualizzato: non si tratta di facilitazioni, ma di strumenti per permettere a ogni attore e attrice di esprimere il proprio massimo potenziale. Giorgia, come ogni artista, è seguita in un percorso di crescita che rispetta il suo tempo, il suo stile e la sua visione del mondo. Inoltre, tutta la nostra formazione si basa sul duplice linguaggio verbale e non verbale. Non siamo una scuola di danza e neppure una scuola di teatro. La peculiarità sta proprio nella scelta di essere un centro di produzione e formazione di teatrodanza. Dai bambini ai ragazzi, tutta la formazione lavora su entrambi i linguaggi, per un percorso versatile e completo.

Secondo te, è necessario specificare nella critica di uno spettacolo la disabilità degli attori quando si parla di teatro integrato?
La questione è complessa. Se un critico scrive di uno spettacolo e si sofferma solo sulla disabilità dell’attore e danzatore, sta riducendo il suo valore artistico alla sua condizione. Questo è uno dei grandi rischi del teatro integrato: essere sempre raccontato come “eccezionale” perché include persone con disabilità, anziché essere valutato per la sua qualità artistica.
D’altra parte, ignorare la disabilità può significare non riconoscere il valore del percorso di ricerca che porta a superare le barriere nel teatro. La chiave sta nel modo in cui viene raccontata: parlarne solo se è funzionale alla lettura critica dell’opera e se aiuta a comprendere il linguaggio scenico, non come un’etichetta che precede il valore artistico.
L’obiettivo è un teatro dove la presenza di attori con disabilità non sia più una “novità” da sottolineare, ma una realtà consolidata, in cui si parli di talento, espressività e capacità scenica, senza pregiudizi o paternalismi.

A livello pratico ed economico, che tipo di supporto ricevete dalle istituzioni?
Il collettivo Clochart riceve un supporto parziale dalle istituzioni, che varia in base ai progetti e ai bandi disponibili. Collaboriamo con enti locali, fondazioni e istituzioni culturali, che in alcuni casi contribuiscono alla realizzazione delle nostre attività attraverso finanziamenti specifici o partnership. Tuttavia, la sostenibilità economica del nostro lavoro resta una sfida costante.
Il riconoscimento del Ministero della Cultura è stato un passo importante per dare maggiore visibilità e valore al nostro operato. Ha confermato la qualità artistica e l’impatto sociale del nostro lavoro, rafforzando la nostra credibilità e facilitando l’accesso a nuove opportunità. Tuttavia, il sostegno economico diretto non è sempre sufficiente a coprire tutte le necessità di un’attività continuativa come la nostra, che si sviluppa su più livelli: produzione di spettacoli, formazione, inclusione sociale e ricerca.
Le principali difficoltà che affrontiamo riguardano la precarietà dei finanziamenti e la necessità di bilanciare la qualità artistica con la sostenibilità economica. Spesso ci troviamo a dover integrare le risorse istituzionali con campagne di autofinanziamento, collaborazioni con realtà private e progetti a lungo termine che ci permettano di mantenere viva la nostra missione. La continuità è la sfida più grande: costruire percorsi artistici e sociali richiede tempo e stabilità, elementi che non sempre vanno di pari passo con la logica dei bandi a breve termine. Nonostante queste difficoltà, la nostra motivazione resta forte.

Apprezzi altre realtà che operano nell’ambito dell’inclusione e del teatro sociale? Se sì, quali sono e che tipo di lavoro svolgono che ti ispira o che consideri meritevole di attenzione?
Ci ispira profondamente chi lavora con determinazione per costruire spazi realmente accessibili, trasformando il teatro in un luogo di crescita collettiva e professionale, senza compromessi sulla qualità artistica. Crediamo anche nell’importanza di dare spazio alle giovani realtà che si affacciano al teatro con fragilità, accompagnandole nel loro percorso di crescita e permettendo loro di sviluppare una voce autentica sulla scena. In questo senso, progetti che uniscono corpi diversi in scena ci offrono spunti preziosi, proprio come accade nel lavoro della Re-Action Integrated Dance Company che stiamo seguendo, che attraverso la danza fisica integrata crea performance innovative e inclusive. Ci ispira qualsiasi esperienza che riesca a coniugare valore sociale e rigore artistico, cercando di costruire un futuro dove il talento e la creatività non abbiano più limiti.

Come vedi il futuro dell’inclusione sociale attraverso l’arte?
Sogno un futuro in cui il teatro e la danza diventino davvero luoghi di lavoro per chi ha vissuto esperienze diverse, di fragilità, ma anche di potenziale umano. Un futuro in cui non si parli più di “inclusione” come una novità, ma come una pratica radicata nella cultura artistica e nella formazione. Voglio vedere un cambiamento che renda l’accessibilità una prassi consolidata e che superi definitivamente la separazione tra chi è “normale” e chi è “diverso”.
In particolare, vorrei consolidare il nostro lavoro creando una compagnia stabile di artisti con e senza disabilità e un centro di formazione integrata che diventi punto di riferimento per chi desidera lavorare nel campo dell’arte inclusiva. Ma il sogno più grande è quello di un mondo dove l’arte diventi un ponte, e non un muro, per creare dialogo, crescita e consapevolezza.

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